di Alessandro Claudio Giordano

Sanità ed infermieristica

26/04/2025 | Sanità - storia | 0 commenti

di Alessandro Claudio Giordano

Da sempre il concetto di ad-sistere (stare accanto) è legato alla figura della donna, madre-compagna-soccorritrice ed ad una donna è attribuita l’istituzione di quello che può essere considerato il primo ospedale della storia: nel 390 d.C. circa, Fabiola, nobildonna romana, istituì il Valetudinaria (da “valetudo”, “buona salute”), l’ospedale romano in cui operavano medici affiancati da servi che, presumibilmente, svolgevano funzioni infermieristiche.

Con l’arrivo del Medioevo, la cura e l’assistenza vennero assicurate soprattutto dal clero all’interno di conventi, monasteri e lungo le vie di pellegrinaggio (proprio in questi ambiti nasce il termine infermiere: l’infirmus era il monaco che si occupava dell’accoglienza e dell’assistenza di malati e bisognosi), solo in un secondo momento avrebbe investito in carattere continuativo gli ospedali, che solo dal seicento e poi ancora nel settecento i progressi medico-scientifici, con la nascita di nuove teorie e concezioni riguardanti la salute propose nuove soluzioni, coinvolgendo i “medici clinici” che avanzarono le prime classificazioni delle malattie sulla base dell’osservazione di segni e sintomi condotta al letto del malato. E questo consentì l’apertura di alcuni nosocomi in cui comunque il personale cosiddetto “infermieristico” era chiamato a compiti puramente alberghieri e di sorveglianza notturna.

Nella prima metà dell’ottocento le condizioni lavorative e sociali, almeno per il nord Italia, erano pressappoco simili. Il reclutamento in campo infermieristico era però declinato alle sole donne ed avveniva selezionando in forma molto semplice esclusivamente le trovatelle cresciute negli ospedali. La formazione del personale continuava ad essere piuttosto scarsa. Il lavoro invece era durissimo con turni ed orari molto lunghi, e la totale subordinazione al personale religioso accompagnato da salario piuttosto misero. Queste condizioni rimasero immutate per molto tempo, fino a quando una necessaria riorganizzazione dell’assistenza ospedaliera pretese lo sviluppo e la formazione dei primi quadri infermieristici specializzati.

 

L’Italia postunitaria, nel campo ospedaliero,  si impegnò nel tentativo di coordinare i servizi che la sanità proponeva territorialmente cercando di aprire un dibattito tra le forze politiche sull’assetto delle proprietà delle istituzioni assistenziali e ospedaliere.

Ancora nei primi decenni del Novecento la professione infermieristica si presentava come un’occupazione costituita da compiti per lo più  di natura domestica, in parte tecnica ed esecutiva, in parte di “accudimento”, diremmo oggi materno, per una presunta predisposizione naturale e per spirito di carità, a personale femminile e subalterno, o a personale religioso.

Ed proprio a questo periodo risalgono le prime esperienze di formazione  che si strutturano con  corsi interni agli ospedali ma anche di iniziative illuminate, molto avanzate, mutuate dal modello anglosassone che prevedeva già all’epoca vere e proprie scuole di durata biennale.

Da un punto di vista della formazione è importante ricordare Florence Nightingale, fondatrice dell’assistenza e del nursing moderno, che prestò la sua opera più significativa in un ospedale da campo durante la guerra di Crimea. Attraverso l’utilizzo del metodo statistico ha ottenuto grandi risultati: l’organizzazione logistica delle strutture ospedaliere, l’organizzazione dei reparti, la gestione degli ospedali militari e da campo.

A lei si deve inoltre la creazione delle prime scuole per Infermiere  all’Ospedale S. Thomas di Londra dove finalmente le infermiere cominciarono ad essere formate sia sul piano teorico che clinico. Nel 1860 Florence Nightingale inaugurò la propria scuola per infermiere, finanziata dal Nightingale Fun.

Nel 1883 la regina Vittoria conferisce a Miss Nightingale la Croce Rossa Reale. Ritiratasi in privato, continuò a scrivere sulle condizioni igieniche durante le guerre e cercò sempre nuovi modo per ridurre la mortalità dei feriti di guerra dovuta a scarse condizioni igieniche.

Il modo di costruire gli ospedali, di organizzare i reparti di ostetricia, di gestire le caserme era cambiato grazie a lei ed al suo amore per il ragionamento. Si interessò al lavoro di Croce Rossa sino alla morte, il 13 agosto del 1910.

Da noi l’infermieristica segui con qualche anno di ritardo l’esempio inglese. Così nacquero la Scuola convitto Regina Elena di Roma (1910), l’Ambulatorio-Scuola San Giuseppe di Roma (1906), la Scuola convitto Principessa Jolanda di Milano (1912), la Scuola convitto annessa all’Ospedale Civile di Firenze (1914), la Scuola Croce Azzurra di Napoli (1896). Strutture che rappresentarono la base dell’attività dii supporto infermieristico.

In Piemonte una sempre maggior propensione al confronto su temi legati alla riorganizzazione della sanità favorirono il progetto di risanamento del sistema ospedaliero e l’introduzione nella struttura sanitaria dei quadri infermieristici. Ecco allora l’esempio dell’Ospedale Maggiore di Torino dove la disponibilità dell’amministrazione ospedaliera nel seguire le raccomandazioni della componente medica, di ammodernamento e di miglioramento della qualità del servizio, consentì di introdurre una selezione che consentiva di tenere in servizio solo il personale che aveva seguito con successo i corsi della scuola interna.

Altro segno di apprezzamento per l’attività della scuola fu la decisione di portarla a due anni. Così l’attività formativa a favore del personale ospedaliero produsse i suoi frutti, migliorando la qualità del servizio ed elevando il livello etico-professionale dell’infermiere.

A pochi anni dall’esordio della scuola torinese numerose amministrazioni ospedaliere italiane presero contatti con l’amministrazione di Torino per avere informazioni sull’organizzazione pratica dell’attività della scuola. Incominciò così in sordina, ad opera delle singole amministrazioni ospedaliere, il processo di formazione professionale dell’infermiere italiano. Contestualmente alla diffusione delle scuole ospedaliere, le esperienze delle scuole nightingheliane in Italia non furono coronate da successo ed ebbero carattere episodico. La continuità dell’insegnamento professionale è da vedersi invece nella trasformazione delle scuole ospedaliere in scuole convitto, presenti in molte realtà italiane, evolute successivamente nelle scuole convitto per infermiere professionali.

Negli anni attraverso anche un importante supporto legislativo la figura dell’infermiere è cambiata proponendosi con un profilo altamente specializzata.

L’infermiere oggi è un professionista della salute al quale ogni cittadino si rivolge in un rapporto diretto, confidando nell’opportunità di ricevere un’assistenza professionale, appropriata e personalizzata. Un tassello fondamentale della catena della salute e, soprattutto, una figura dalle elevate competenze professionali che ogni giorno studia e si adopera al fine di garantire le migliori tecniche e procedure secondo le più recenti evidenze scientifiche.

Anna Celli, la Nightingate italiana

Anna Celli (1878-1958), infermiera tedesca trasferitasi in Italia, a criticare aspramente le attività degli ospedali italiani, affidate in gran parte ad inservienti impreparati, sfruttati e sottopagati.

Celli seguì le orme di Nightingale e indicò, come soluzione per avviare un processo di professionalizzazione dell’assistenza infermieristica, la formazione di una figura infermieristica femminile laica, di ceto sociale elevato e senza impegni familiari, alla quale affidare le funzioni direttive.

Sotto il regime fascista sorsero le prime scuole convitto con obbligo di internato in Italia, destinate alle sole donne.

Aspetti normativi dell’infermieristica moderna

Il Regio Decreto del 15 agosto 1925, n. 1832, accogliendo i suggerimenti di un’inchiesta parlamentare condotta nel 1919 dalla Commissione per lo studio della riforma dell’assistenza infermieristica si pone come unica direttiva valida su tutto il territorio nazionale ed è il primo riconoscimento ufficiale della professione infermieristica da parte dello Stato.

Con D.L. n. 233 del 1946 viene istituito l’albo professionale; con Legge n. 1049 del 1954 i collegi IPASVI e con Legge n. 1420 del 1956 il diploma di scuola media inferiore diviene obbligatorio per accedere alla scuole convitto. Per permettere agli uomini di accedere alla scuola per infermieri si dovrà attendere la legge n. 124 del 1971. Con la stessa legge si prevede la dismissione dei convitti e la sanatoria per gli infermieri generici realizzata poi completamente con legge n. 243 del 1980 (inserimento preferenziale e agevolato alle scuole per infermieri professionali).

Il 15 giugno 1956 viene eletto il primo Comitato centrale della Federazione Ipasvi (Infermieri professionali, Assistenti sanitari e Vigilatrici d’infanzia).

Solo nel 1971, con la Legge n.124 del 25 febbraio, viene soppresso l’obbligo di internato e viene aperto l’accesso alle scuole per infermieri anche agli uomini; nel 1973, con l’applicazione del Decreto di Strasburgo, la durata del corso di studi passa da 2 a 3 anni e con il DPR 225 del 1974 viene stilato l’elenco delle mansioni degli infermieri. Per accedere ai corsi i candidati abbiano un certificato di ammissione al terzo anno di scuola secondaria superiore e un’età minima di 16 anni

Le fondamenta dell’esercizio infermieristico sono profondamente mutate negli ultimi anni, nonostante l’applicazione pratica delle leggi che caratterizzano la professione infermieristica sia ancora in divenire.

A dire chi è oggi l’infermiere è il D.M. 739/1994, ovvero il Profilo professionale dell’infermiere che ne individua il campo proprio di attività e responsabilità. Con la Legge 42/99 (abrogazione mansionario) l’infermiere assume lo status di Professionista Sanitario che, in quanto tale, risponde direttamente delle sue azioni.

L’infermiere è l’operatore sanitario responsabile dell’assistenza infermieristica generale e che il servizio di assistenza alla persona e alla collettività viene realizzato attraverso interventi specifici, autonomi e complementari di natura tecnica, relazionale ed educativa.

Vengono stabilite le cinque aree della formazione post base :

  • area critica,
  • area geriatrica,
  • area pediatrica,
  • area salute mentale,
  • area sanità pubblica

 

La Professione, dunque, dice chi è l’infermiere (D.M. 739/94), cosa sa l’infermiere (Ordinamento didattico, Legge 251/2000, Legge 43/2006), cosa fa l’Infermiere e secondo quali principi (Codice Deontologico dell’Infermiere)

La piena autonomia viene raggiunta nel 1999 con la legge n.42 che sostituisce la dicitura “professione sanitaria ausiliaria” con “professione sanitaria”, abolendo di fatto quella “ausiliarità” che la professione infermieristica aveva fino ad allora mantenuto nel confronti di quella medica. Nella medesima legge inoltre, viene stabilito il campo proprio di responsabilità dell’infermiere, che sarà lo spunto per successive riflessioni in merito alle competenze.

La legge sull’istituzione della dirigenza (251/2000), che prevede che il ruolo di dirigente infermieristico fosse ricoperto da un infermiere con adeguata formazione (Laurea Magistrale in Scienze Infermieristiche ed Ostetriche) ed un esperienza almeno quinquennale nel profilo di appartenenza

La Cerimonia della Lampada

La lampada rappresenta il sacrificio, l’abnegazione e lo spirito di servizio, principi che legano nel passaggio simbolico della “Luce” le Infermiere Volontarie CRI alle neo diplomate. Una tradizione lunga oltre 100 anni, durante i quali è rimasto immutato il l’impegno quotidiano delle infermiere per coloro che necessitano di cure fisiche e psicologiche, secondo il motto “Ama, Conforta, Lavora, Salva”.

Si racconta che, durante il suo servizio, Florence Nightingale trovò un giorno diecimila soldati in condizioni disumane. Igiene inesistente, sovraffollamento, altissimo pericolo di contagio, scarichi fognari a vista, nessun ricambio d’aria, nuove infezioni ogni giorno, alimentazione insufficiente e, ovviamente, personale medico in numero assolutamente inadeguato.

Tra lo scetticismo degli alti gradi militari, le 38 volontarie venute dall’ Inghilterra si diedero immediatamente da fare e Florence si aggirava anche di notte, armata di una lampada e di infinita buona volontà, per confortare, assistere, incoraggiare, dare speranza.

Da qui il nome di “Signora della Lampada”, l’angelo che anche di notte veglia e assiste. Così si raccontava di Florence sul Times: “Quando tutti andavano a dormire, la si vedeva da sola con una piccola lampada in mano, aggirarsi nella notte tra i malati“

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