Alessandro Claudio Giordano

Gli anni di piombo: origini ed organizzazione dei gruppi terroristici

8/02/2026 | Storia della Repubblica | 0 commenti

Per comprendere la nascita e lo sviluppo del terrorismo di sinistra in Italia, è indispensabile immergersi nel clima  della fine degli anni Sessanta. Quel periodo non fu semplicemente una parentesi di disordine, ma il punto di convergenza di profonde.

L’Italia del “miracolo economico” mostrava le sue prime crepe. Una crescita tumultuosa aveva generato squilibri drammatici, sradicando milioni di persone dal Sud agricolo per concentrarle nelle periferie industriali del Nord, spesso prive di servizi essenziali e di un tessuto sociale accogliente. In questo scenario, le fabbriche divennero non solo luoghi di produzione, ma anche epicentri di un malcontento crescente, alimentato da condizioni di lavoro alienanti, salari inadeguati e una gerarchia aziendale percepita come autoritaria e repressiva.

Parallelamente, le università, sovraffollate e governate da un sistema accademico anacronistico, ribollivano di una contestazione che, partita da istanze di riforma interna, si era rapidamente trasformata in una critica radicale alla società dei consumi, all’autoritarismo e all’imperialismo americano, simboleggiato dalla guerra in Vietnam. L’incontro tra queste due anime della protesta – quella operaia e quella studentesca fu la scintilla che innescò un incendio destinato a divampare per oltre un decennio.

L’autunno del 1969 rappresenta il culmine di un ciclo di lotte operaie e studentesche senza precedenti nella storia della Repubblica. Non si trattò di una semplice vertenza sindacale, ma di una vera e propria esplosione sociale che paralizzò il cuore industriale del Paese. Milioni di lavoratori, in particolare nel triangolo industriale Torino-Milano-Genova, incrociarono le braccia in una serie di scioperi selvaggi, spesso al di fuori del controllo delle stesse organizzazioni sindacali tradizionali. Secondo i dati dell’ISTAT, solo nel 1969 si persero oltre 300 milioni di ore di lavoro a causa degli scioperi, coinvolgendo più di 5,5 milioni di lavoratori, oltre un quarto della forza lavoro totale dell’epoca. Le rivendicazioni andavano ben oltre le tradizionali richieste salariali. I lavoratori chiedevano un cambiamento radicale dell’;organizzazione del lavoro e della società. Emersero parole d’ordine che scardinavano le logiche capitalistiche della produttività e del merito individuale: “aumenti uguali per tutti”, per appiattire le differenze salariali; la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, per “riprendersi il tempo e la vita”; e il rifiuto del lavoro a cottimo. La lotta aveva assunto un carattere politico esplicito: si rifiutava “l’organizzazione capitalistica del lavoro” e “lo sfruttamento dentro e fuori la fabbrica”.

L’elemento qualitativamente nuovo fu la saldatura tra il movimento operaio e le avanguardie studentesche. Gli studenti, più mobili e con una maggiore preparazione teorica, portarono nelle fabbriche un linguaggio nuovo, una critica radicale al sistema e una coscienza politica che andava oltre i cancelli. A loro volta, gli operai offrirono agli studenti un ancoraggio alla realtà materiale dello sfruttamento, trasformando l’elaborazione teorica in prassi di lotta concreta. Questa unione creò una miscela esplosiva che mise in discussione non solo i rapporti di forza all’interno delle fabbriche, ma l’intero assetto sociale e politico del Paese. La percezione diffusa era quella di aver raggiunto un punto di rottura, un momento in cui tutto sembrava possibile, compreso il rovesciamento del sistema capitalista.

Mentre la spinta propulsiva dell’Autunno Caldo sembrava poter scardinare gli equilibri politici, un evento traumatico cambiò radicalmente il corso della storia italiana: la strage di Piazza Fontana.

Il 12 dicembre 1969, una bomba esplose nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura a Milano, uccidendo 17 persone e ferendone 88.

La reazione immediata delle autorità e di gran parte della stampa fu quella di indirizzare i sospetti verso gli ambienti della sinistra anarchica. Questa manovra, che portò all’arresto di decine di militanti e alla tragica morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato da una finestra della Questura di Milano, si rivelò ben presto parte di un disegno più ampio e oscuro, che prese il nome di “strategia della tensione”.

L’obiettivo di questa strategia era quello di creare un clima di terrore e insicurezza tale da giustificare una svolta autoritaria, bloccando l’avanzata delle sinistre e la partecipazione del Partito Comunista Italiano (PCI) alla vita politica del Paese. Le indagini successive e le sentenze, pur tra mille difficoltà e depistaggi, hanno accertato che la responsabilità della strage era da attribuire a gruppi dell’eversione neofascista, con la connivenza e la copertura di settori deviati degli apparati di sicurezza dello Stato.

Tra il 1969 e il 1975, la stragrande maggioranza degli atti di violenza politica fu attribuibile a gruppi di destra, come evidenziato dai dati della Commissione parlamentare sul terrorismo. Per le frange più radicali del movimento di sinistra, Piazza Fontana fu uno shock devastante. La strage non fu percepita come un semplice atto criminale, ma come una dichiarazione di guerra da parte dello Stato e delle forze reazionarie. La convinzione che la via democratica e parlamentare fosse definitivamente preclusa e che lo Stato stesso fosse il principale nemico da combattere si diffuse rapidamente.Memoria.cultura.gov.it. Se il “padrone” era il nemico nella fabbrica, lo Stato borghese, capace di uccidere cittadini innocenti per mantenere il potere, diventava il nemico nella società. Questa percezione di un imminente “golpe”, alimentata anche da eventi internazionali come il colpo di stato dei colonnelli in Grecia (1967), convinse questi gruppi che l’unica risposta possibile fosse prepararsi allo scontro armato. La violenza dello Stato, reale o percepita, legittimava ai loro occhi la scelta della violenza rivoluzionaria come strumento di autodifesa e di attacco. L’Autunno Caldo aveva aperto le porte a una possibile rivoluzione; la Strategia della Tensione le chiuse, spingendo i più determinati sulla via della clandestinità e della lotta armata.

La combinazione tra la spinta delle lotte sociali e il trauma politico della strategia della tensione creò le condizioni per il “salto” di una parte minoritaria, ma estremamente determinata, del movimento extraparlamentare verso la lotta armata.

Il percorso che portò alla fondazione delle Brigate Rosse, la più longeva e strutturata organizzazione del terrorismo rosso italiano, affonda le sue radici nel Collettivo Politico Metropolitano (CPM), sorto a Milano nell’autunno del 1969.Wikipedia – Collettivo Politico Metropolitano. Milano, cuore pulsante dell’economia italiana, divenne il laboratorio di questa nuova avanguardia. Il CPM era un crogiolo di esperienze diverse: studenti provenienti dall’Università Cattolica e dall’Università di Trento, operai delle grandi fabbriche come SitSiemens e Pirelli, e militanti provenienti da diverse anime della sinistra rivoluzionaria.

Le figure intellettualmente più influenti erano Renato Curcio, un sociologo formatosi a Trento, e sua moglie Margherita (Mara) Cagol. A loro si unì presto il gruppo di Reggio Emilia, guidato da Alberto Franceschini, la cui famiglia aveva una solida tradizione comunista e antifascista.

La strage di Piazza Fontana agì da potente acceleratore. La percezione di un attacco diretto dello Stato contro il movimento spinse il CPM a una riorganizzazione. Nel luglio 1970, il collettivo si trasformò in Sinistra Proletaria (SP), pubblicando una rivista omonima con l’obiettivo di unificare le diverse avanguardie rivoluzionarie su scala nazionale.

Sinistra Proletaria. Il dibattito all’interno di SP si concentrò sempre più sulla necessità di dotarsi di strumenti di lotta adeguati al nuovo livello dello scontro. Il convegno di Chiavari (novembre 1969) e, soprattutto, il convegno di Pecorile, vicino a Reggio Emilia (agosto 1970), furono i momenti decisivi. In quest’ultimo incontro, una parte significativa del gruppo, guidata da Curcio, Cagol e Franceschini, deliberò il passaggio alla lotta armata e alla clandestinità. L’esperienza di Sinistra Proletaria si concluse di fatto qui, dando vita a una nuova entità: le Brigate Rosse.

Il foglio di lotta di Sinistra Proletaria del 20 ottobre 1970, intitolato “L’autunno rosso è già cominciato”, annunciava ufficialmente la nascita della nuova organizzazione: “L’apparizione di organizzazioni operaie autonome, le Brigate Rosse ad esempio, indicano i primi momenti di autoorganizzazione proletaria per combattere i padroni e i loro servi sul loro terreno ‘alla pari’, con gli stessi mezzi che essi usano contro la classe operaia: diretti, selettivi, coperti come alla Siemens”. La scelta era fatta. La clandestinità, da ipotesi teorica, diventava una necessità pratica per costruire il “Partito Armato”.

Le Brigate Rosse (BR): La fondazione del “Partito Armato”

Le Brigate Rosse nacquero formalmente nell’agosto 1970, ma la loro prima azione rivendicata risale al 17 settembre 1970, con l’incendio dell’automobile di un dirigente della Sit-Siemens di Milano. Questa azione inaugurò la prima fase della loro strategia, definita “propaganda armata” (1970-1974), il cui obiettivo era radicarsi nel tessuto operaio e presentarsi come l’avanguardia combattente del proletariato. Lo slogan emblematico di questo periodo fu “Colpirne uno per educarne cento”, che riassumeva la tattica di colpire figure simbolo del potere padronale (dirigenti, capi reparto) per intimidire l’intera gerarchia aziendale e dimostrare la propria forza.

L’ideologia delle BR aveva una idealità che sposava il marxismo-leninismo, con un forte richiamo ai modelli della guerriglia urbana sudamericana e alla Resistenza partigiana italiana, da cui presero il nome “Brigate” e l’idea di una lotta di liberazione nazionale contro lo “Stato Imperialista delle Multinazionali. Le città chiave per il loro insediamento furono i vertici del triangolo industriale: Milano fu la culla dell’organizzazione. Le BR trovarono terreno fertile nelle grandi fabbriche come la Sit-Siemens e la Pirelli, dove la conflittualità era altissima.

Qui emersero figure come Mario Moretti, un perito industriale che sarebbe diventato una figura centrale dopo l’arresto dei fondatori..

Torino divenne il secondo polo strategico, data la centralità della FIAT Mirafiori, la più grande fabbrica d’Europa. Le BR si trasferirono a Torino per organizzare una colonna e influenzare le lotte operaie, compiendo azioni come il sequestro lampo di dirigenti e quadri aziendali.

Roma che in una fase successiva, divenne il bersaglio principale in quanto centro del potere politico. L’obiettivo divenne “portare l’attacco al cuore dello Stato”, e la capitale fu il teatro delle azioni più eclatanti, culminate con il sequestro Moro.

Le prime iniziative, oltre agli incendi di auto, includevano sabotaggi di macchinari e i primi sequestri dimostrativi. Questi rapimenti erano brevi, duravano poche ore, e avevano uno scopo puramente propagandistico: il sequestrato veniva fotografato con un cartello al collo che lo accusava di essere un “servo dei padroni” o un “fascista”, per poi essere rilasciato. L’obiettivo non era ottenere un riscatto, ma umiliare il potere e affermare l’esistenza di un “contro-potere” proletario armato.

Le fabbriche non furono solo il terreno di caccia delle BR, ma il loro ecosistema. L’organizzazione si strutturò fin da subito con una distinzione fondamentale tra “regolari” e “irregolari”.

I primi erano i militanti clandestini a tempo pieno, che vivevano nascosti e costituivano il braccio militare. I secondi, invece, erano operai e tecnici che continuavano la loro vita e il loro lavoro in fabbrica, fungendo da “antenne” dell’organizzazione: raccoglievano informazioni, individuavano gli obiettivi, facevano propaganda e reclutavano nuovi simpatizzanti.

Questa rete capillare fu la vera forza delle BR nella loro fase iniziale. Milano: La culla delle “brigate di fabbrica” A Milano, le BR si radicarono in alcune delle più grandi e conflittuali realtà industriali. Stabilimenti come la Sit-Siemens, la Pirelli e la Magneti Marelli divennero i centri nevralgici della “propaganda armata”. Fondazione Perini. All’interno di queste fabbriche operavano le “brigate di fabbrica”, cellule composte da irregolari che diffondevano materiale propagandistico, schedavano dirigenti e capireparto e compivano piccole azioni di sabotaggio. L’obiettivo era creare un clima di intimidazione permanente e dimostrare che il controllo “padronale” poteva essere sfidato. Il 3 marzo 1972, questa strategia culminò nel sequestro lampo di Idalgo Macchiarini, dirigente della Sit-Siemens.

Fu prelevato, fotografato con un cartello che lo definiva “fascista crumiro” e rilasciato dopo pochi minuti. L’azione, pur incruenta, ebbe un’enorme risonanza mediatica e segnò un salto di qualità, mostrando la capacità delle BR di colpire figure di rilievo all’interno del loro ambiente.

Se Milano fu la culla, Torino divenne il campo di battaglia principale. La FIAT, con i suoi immensi stabilimenti di Mirafiori e Rivalta, rappresentava il cuore del capitalismo italiano e un simbolo da abbattere. Qui, la massa di operai dequalificati, spesso immigrati dal Sud, costituiva un bacino di reclutamento ideale per le BR, che facevano leva sul loro senso di alienazione e sfruttamento. Terrorismo e tute blu, gli Anni di Piombo alla Fiat. Nel 1972, Curcio e Cagol si trasferirono a Torino per fondare la “Colonna Torinese”, che divenne presto una delle più attive e militarmente efficaci. Le azioni si concentrarono sui quadri intermedi della FIAT, considerati l’anello di congiunzione tra la direzione e gli operai.

Il 10 dicembre 1973, le BR sequestrarono per otto giorni Ettore Amerio, capo del personale dello stabilimento di Rivalta. Fu un’azione di grande impatto, che dimostrò la capacità dell’organizzazione di operare anche nella “città-fabbrica” per eccellenza, sfidando apertamente il potere della famiglia Agnelli.

Contemporaneamente alla nascita delle BR, altre formazioni intrapresero la via della lotta armata, sebbene con percorsi e destini diversi.

I Gruppi d’Azione Partigiana (GAP)

L’editore Giangiacomo Feltrinelli, convinto dell’imminenza di un colpo di stato neofascista dopo Piazza Fontana, passò alla clandestinità e nel 1970 fondò i Gruppi d’Azione Partigiana (GAP).

Riprendendo la sigla della Resistenza, il suo progetto mirava a creare un esercito di liberazione nazionale ispirato al guevarismo e alla “Resistenza tradita”. L’attività dei GAP, finanziata da Feltrinelli e concentrata su azioni di sabotaggio, fu breve. Il 14 marzo 1972, Feltrinelli morì a Segrate (Milano), dilaniato dall’esplosivo che stava piazzando su un traliccio. Con la sua morte, i GAP si dissolsero e molti militanti confluirono nelle BR.

I Nuclei Armati Proletari (NAP)

Se le BR avevano il loro baricentro nel Nord industriale, i Nuclei Armati Proletari (NAP) emersero nel 1974 da un contesto diverso, principalmente da militanti di Lotta Continua attivi a Napoli e nel Sud. La loro specificità era rivolgersi agli “esclusi”: carcerati, disoccupati, sottoproletariato urbano. I NAP si proponevano di saldare la lotta dentro e fuori le carceri, vedendo nei detenuti un’avanguardia rivoluzionaria. La loro parabola fu breve e sanguinosa; decimati dalla repressione statale, si disgregarono entro il 1977 e i superstiti confluirono in gran parte nelle Brigate Rosse.

La fase della “propaganda armata”, pur nella sua violenza intrinseca, si rivelò presto insufficiente per gli obiettivi strategici delle Brigate Rosse. Il progressivo riflusso delle lotte operaie dopo il picco del 1969-72 e la crescente efficacia della risposta repressiva dello Stato convinsero i vertici brigatisti della necessità di un salto di qualità. L’obiettivo non poteva più essere solo quello di “educare” la classe operaia attraverso azioni dimostrative, ma doveva diventare quello di attaccare direttamente le strutture portanti dello Stato, per dimostrarne la vulnerabilità e accelerare la crisi del sistema. Questa nuova fase, inaugurata intorno al 1974, segnò un’escalation drammatica della violenza, trasformando la guerriglia a bassa intensità in una guerra aperta contro la Repubblica.

Il Cambio di Strategia (1974-1976): Dalla “Propaganda Armata” all’offensiva diretta

La “Risoluzione della Direzione Strategica” dell’aprile 1975 formalizzò il cambio di passo: le BR decisero di “portare l’attacco al cuore dello Stato”, colpendo quelli che ritenevano esserne i rappresentanti: politici, magistrati, forze dell’ordine.

Questa nuova strategia si concretizzò in una serie di azioni che alzarono progressivamente il livello dello scontro. Il primo omicidio rivendicato: Il 17 giugno 1974, a Padova, le BR uccisero due militanti del Movimento Sociale Italiano (MSI), Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola. Sebbene non L’Escalation della Violenza: L’Attacco al “Cuore dello Stato” pianificato, fu il primo omicidio rivendicato dall’organizzazione, segnando il superamento di una soglia psicologica e strategica fondamentale

  • Il sequestro Sossi: L’azione che proiettò le BR sulla scena nazionale fu il sequestro del sostituto procuratore Mario Sossi, rapito a Genova il 18 aprile 1974. Sossi era un magistrato simbolo della lotta contro i primi gruppi armati. Per la prima volta, le BR non si limitarono a un’azione dimostrativa, ma tennero in scacco lo Stato per 35 giorni, chiedendo in cambio della vita dell’ostaggio la liberazione di otto membri del Gruppo XXII Ottobre. Il governo, dopo un’iniziale apertura, rifiutò lo scambio, ma le BR rilasciarono comunque Sossi, ottenendo un’enorme vittoria mediatica e dimostrando una capacità organizzativa e militare fino ad allora impensabile.

 

  • L’omicidio Coco: La risposta all’intransigenza dello Stato nel caso Sossi arrivò due anni dopo. L’8 giugno 1976, a Genova, un nucleo brigatista guidato da Mario Moretti uccise il Procuratore Generale Francesco Coco e i due uomini della sua scorta. Coco era il magistrato che si era opposto fermamente alla liberazione dei detenuti durante il sequestro Sossi. L’omicidio fu una spietata rappresaglia e un messaggio inequivocabile: lo Stato e i suoi uomini avrebbero pagato per la loro “fermezza”.

 

 

  • La “gambizzazione”: Parallelamente agli omicidi, le BR introdussero e sistematizzarono la pratica della “gambizzazione”, il ferimento deliberato alle gambe. Questa pratica divenne un marchio di fabbrica del terrorismo rosso, un’arma per terrorizzare e punire un’ampia gamma di “nemici” (giornalisti, dirigenti, medici, politici) senza necessariamente ucciderli, ma lasciando un segno permanente della propria presenza e del proprio potere.

L’apice della sfida delle Brigate Rosse allo Stato fu raggiunto la mattina del 16 marzo 1978. Quel giorno, a Roma, in via Fani, un commando brigatista tese un agguato alla scorta di Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana. In pochi, terribili minuti, i cinque uomini della scorta furono massacrati e Moro venne rapito.

L’operazione non fu solo un atto di terrorismo di straordinaria efficienza militare, ma un attacco politico di precisione chirurgica, portato nel cuore di Roma, la capitale politica. Moro era l’architetto del “Compromesso Storico”, la strategia politica che mirava a coinvolgere il Partito Comunista Italiano di Enrico Berlinguer nell’area di governo. Per le BR, questo progetto rappresentava il tradimento finale della prospettiva rivoluzionaria, l’integrazione della classe operaia e del suo partito storico nella logica dello Stato borghese. Colpire Moro significava colpire al cuore questo progetto, per dimostrare che non c’era spazio per mediazioni e che l’unica via era la guerra civile. I 55 giorni del sequestro paralizzarono l’;Italia. Il Paese visse sospeso, seguendo attraverso i nove comunicati delle BR e le lettere disperate di Moro dalla “prigione del popolo” un dramma che divise profondamente la politica e la società. Si formarono due schieramenti: il “fronte della fermezza”, guidato da DC e PCI, che rifiutava ogni trattativa con i terroristi per non legittimarli; e il “fronte della trattativa”, che cercava una soluzione umanitaria. Nonostante gli appelli della famiglia, di Papa Paolo VI e di leader internazionali, la linea della fermezza prevalse. Il 9 maggio 1978, il corpo di Aldo Moro fu ritrovato nel bagagliaio di una Renault 4 rossa in via Caetani, a Roma, simbolicamente a metà strada tra le sedi della DC e del PCI. L’omicidio di Moro rappresentò la più grande ferita inferta alla democrazia italiana e, al tempo stesso, l’inizio del declino politico e morale delle Brigate Rosse.

L’Omicidio di Guido Rossa (1979)

Se l’omicidio Moro fu il culmine della potenza militare delle BR, l’assassinio di Guido Rossa, avvenuto a Genova il 24 gennaio 1979, ne segnò l’inizio della fine e il più grave errore strategico. Guido Rossa non era un “servo dello Stato”: era un operaio dell’Italsider, un sindacalista della CGIL e un militante del Partito Comunista Italiano. La sua “colpa”, agli occhi dei brigatisti, fu quella di aver denunciato un collega sorpreso a distribuire volantini delle BR all’interno della fabbrica.

L’azione, inizialmente pianificata come una “gambizzazione” punitiva, si trasformò in un omicidio. L’impatto di questo gesto fu devastante per le BR. Per la prima volta, l’organizzazione che pretendeva di essere l’avanguardia del proletariato uccideva un operaio, un comunista, un rappresentante di quella stessa classe che affermava di voler liberare. La reazione del mondo del lavoro fu immediata e potentissima. Gli operai di Genova e di tutta Italia scioperarono in massa, non in solidarietà con i terroristi, ma contro di loro. Ai funerali di Stato di Guido Rossa partecipò una folla oceanica di 250.000 persone, tra cui il Presidente della Repubblica Sandro Pertini. L’;omicidio Rossa creò un solco incolmabile tra le Brigate Rosse e la loro presunta “classe di riferimento”. Il mondo operaio, che fino ad allora aveva talvolta mostrato una certa ambiguità o una passiva “contiguità”, scelse definitivamente da che parte stare: con lo Stato democratico e contro il terrorismo. Questo isolamento politico e sociale, unito alla sempre più efficace azione repressiva dello Stato, segnò il punto di non ritorno. Le BR persero la loro legittimità, anche agli occhi di chi poteva aver nutrito simpatie per la loro causa. La loro parabola discendente era iniziata.

Guido Rossa

La traiettoria del terrorismo rosso in Italia è la storia di una radicalizzazione progressiva, nata da un profondo e reale malessere sociale e accelerata da un trauma politico devastante. Le lotte dell’Autunno Caldo avevano aperto uno spazio di contestazione radicale al sistema, ma fu la percezione di una reazione violenta e antidemocratica da parte dello Stato, incarnata dalla Strategia della Tensione, a convincere le avanguardie più militanti che l’unica risposta possibile fosse la violenza organizzata. La scelta della lotta armata, compiuta da gruppi come le Brigate Rosse, i GAP e i NAP, non fu un fulmine a ciel sereno, ma l’esito di un percorso ideologico che vedeva nello scontro frontale l’unica via per la rivoluzione. L’evoluzione delle strategie terroristiche, dalla “propaganda armata” nelle fabbriche all'”attacco al cuore dello Stato”, segnò un’escalation che insanguinò l’Italia per oltre un decennio, un periodo che non a caso è stato definito “Anni di Piombo”. L’apice di questa sfida, il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, rappresentò il momento di massima potenza militare delle BR, ma anche l’inizio del loro isolamento. L’assassinio del sindacalista Guido Rossa, l’anno successivo, sancì la rottura definitiva con il mondo operaio, privando l’organizzazione della sua base sociale di riferimento e della sua stessa ragion d’essere. La sconfitta del terrorismo rosso non fu solo militare, ma soprattutto politica. La risposta dello Stato, pur tra ritardi e ambiguità, si fece sempre più efficace grazie a una legislazione d’emergenza, all’azione investigativa di uomini come il Generale Carlo Alberto dalla Chiesa e, soprattutto, al fenomeno dei “pentiti”, che permise di smantellare la struttura clandestina dall’interno. Ma la vittoria più importante fu quella della società civile e delle istituzioni democratiche, che seppero resistere alla tentazione della deriva autoritaria e isolare i terroristi, riaffermando i valori della democrazia. L’eredità di quella stagione di violenza è complessa e dolorosa: ha lasciato ferite profonde nella memoria collettiva, ha ritardato processi di riforma e ha generato un clima di sospetto e divisione. Tuttavia, ha anche dimostrato la resilienza della democrazia italiana, capace di superare la sua prova più dura senza rinunciare ai propri principi fondamentali.

 

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