da Micromega 21 aprile 2025
Il sacerdote argentino Jorge Mario Bergoglio, dal 2013 papa Francesco dovrebbe essere ricordato per essere stato il papa del “falso movimento”. Nelle azioni e nelle decisioni si è rivelato un monarca non intenzionato a mutare di una virgola la posizione della Chiesa su tutte le grandi questioni del nostro tempo: la condizione delle donne, quella degli omosessuali, i meccanismi di governo della chiesa, i nodi della morale.
Su ciascuno di questi temi il papa ha mantenuto la Chiesa in una posizione di totale immobilità, anzi per certi versi l’ha spinta all’indietro. Si prenda la questione del diaconato femminile: papa Francesco ha istituito due commissioni per esaminare questa eventualità concludendo poi che la concessione del diaconato alle donne è, per ragioni teologiche, impossibile. Questo risultato costituirà un “precedente” che renderà più difficile per un futuro pontefice andare in una direzione diversa, autenticamente riformatrice. Costui, se vorrà le donne diacono, dovrà infatti affermare che papa Francesco si era sbagliato, che questo istituto non va contro la tradizione della Chiesa e la volontà di Nostro Signore.
L’evento che ha rivelato più chiaramente l’orientamento profondamente conservatore del pontefice argentino è stato il sinodo dell’Amazzonia. Si è trattato, lo ricordiamo, di un grande appuntamento voluto con forza dallo stesso Francesco al termine del quale giunse, a larghissima maggioranza dei partecipanti, la richiesta al papa-sovrano, l’unico titolato a decidere, di poter ordinare sacerdoti nella regione alcuni uomini sposati. La principale motivazione della richiesta, che si presentava come una deroga locale alla legge universale che prevede l’obbligo del celibato per i peti, risiedeva nell’impossibilità di celebrare con regolarità l’eucaristia in un territorio vastissimo, impervio e in costante deficit di celebranti. A sostegno della posizione dei padri sinodali dell’Amazzonia si schierò tutto l’episcopato “progressista” del mondo, e in particolare la maggioranza riformatrice di quello tedesco, mentre contro l’eventualità dell’ordinazione sacerdotale di uomini sposati si allineò l’intero fronte conservatore, a partire dal destrissimo cardinale africano Robert Sarah sino addirittura al novantenne papa emerito Joseph Ratzinger (in genere assai restio a intervenire su questioni di attualità e di competenza del suo successore). Questi ultimi si spinsero al punto di pubblicare un testo a quattro mani per indicare a Francesco la linea da seguire, quella della conservazione totale. Il mondo intero rimase col fiato sospeso per giorni attendendo il verdetto del regnante cattolico. In tanti, avendo capito poco della linea del pontefice e scambiandolo per un innovatore, profetizzarono una svolta riformatrice. E invece il papa nel momento decisivo, perdonate l’espressione, si buttò a destra, sposò integralmente le tesi di Sarah e Ratzinger e seppellì senza tanti fronzoli ogni possibilità di riforma del celibato obbligatorio del clero e di trasformazione della chiesa in generale. Fu quello il momento chiave del pontificato sul versante delle riforme. Nelle condizioni più favorevoli che si potessero immaginare, l’eventualità di una modesta innovazione venne soffocata nella culla. La continuità assoluta con la tradizione e con l’operato dei predecessori fu garantita e l’identità tradizionale del cattolicesimo gelosamente preservata. La leggenda del papa del cambiamento finì quel giorno una volta per tutte.
E tuttavia, al contrario di ciò che è avvenuto su quello delle azioni e delle decisioni, sul piano dei discorsi e dei simboli il papato di Bergoglio ha rappresentato una grandissima novità. Il successore di Pietro ha rivelato fin da subito di saper maneggiare benissimo le parole e le immagini. E lo ha fatto sin dall’ascesa al soglio, da quando cioè scelse per sé il nome di Francesco presentandosi come il vescovo di Roma e non come il pontefice universale proseguendo con la scelta di vivere nel più modesto appartamento di Santa Marta e non più nelle stanze papali e infine producendo una miriade di discorsi apparentemente improvvisati, spesso mettendo da parte il testo scritto preparato negli incontri ufficiali. altre volte esprimendosi in modo informale con i giornalisti nelle conferenze stampa. E’ qui che Francesco, non troppo a suo agio, a differenza del predecessore Benedetto, con la cultura “alta” dei trattati di teologia, ha dato il meglio di sé: mostrandosi simpatico e cordiale, scherzando, spiazzando gli interlocutori, spesso sorprendendo tutti. Il papa argentino ha capito che nell’epoca dei social e della secolarizzazione nessuno, nemmeno gli addetti ai lavori, prende troppo sul serio i ponderosi e complicati documenti ecclesiali. La stampa e l’opinione pubblica cercano la battuta, il motto di spirito, la sentenza lapidaria. E lui di questi ne ha prodotti a bizzeffe e per tutti i gusti. Ad esempio, un giorno, lo ricordiamo tutti, ha detto che lui non si sentiva autorizzato a criticare un omosessuale, una frase piuttosto innocua, in linea con il magistero e non particolarmente innovativa per un cristiano che però è stata subito interpretata come un’apertura all’accettazione dei gay dichiarati all’interno della Chiesa.
A quell’affermazione non è seguito niente dal punto di vista concreto, nulla è cambiato nella dottrina e nella posizione ufficiali, ma quella frasetta piuttosto banale ha dato la stura a un’infinita serie di interventi, dibattiti, prese di posizione, eccetera. Sempre intorno alle parole si sono concentrate anche le più pesanti critiche al papa: ad esempio quando ha usato il termine “frociaggine” per definire la presenza, per lui eccessiva, di gay nei seminari cattolici o quando ha ammonito le suore a non diventare “zitelle acide”. Il circo mediatico desidera delle celebrities e il papa argentino si è perfettamente adattato a questa esigenza, in barba a tutti gli sventolati propositi iniziali di collegialità, sinodalità, decentramento dei poteri e facendo di sé il monarca dei monarchi, il fulcro assoluto dell’intera istituzione, il perno di ogni iniziativa. Nell’eseguire questa abile manovra politica il papa ha beneficiato del fatto che molte delle sue prese di posizione, a differenza di quello che accade per i politici, non devono passare il vaglio della messa all’opera. Il papa può dire quel che gli pare sugli immigrati, sulla pace nel mondo e su tutte le altre questioni che non coinvolgono direttamente la Chiesa. Nessuno gli chiederà in che modo ha fatto seguire alle parole i fatti. Se poi addirittura le sole parole, non seguite dai fatti, si rivelano sufficienti a soddisfare l’opinione pubblica anche per i temi che riguardano direttamente le competenze e i poteri papali (il ruolo delle donne, il giudizio sull’omosessualità, eccetera) il gioco è fatto: le parole e i gesti del papa (le scarpe consumate, la vecchia borsa lisa, l’elemosiniere mandato a riattaccare la luce in un palazzo romano e così via) divengono l’unica materia sulla quale discutere, l’unico argomento di interesse per l’opinione pubblica. Per questa via dal cattolicesimo transita nel papismo, nel culto unico della personalità; in questo modo la chiesa riesce ad esaltare la sua visibilità e il suo ruolo, ma si riduce ad apparato del papa, a burocrazia messa al servizio del capo carismatico, a esercito del pontefice romano.
Questa tendenza non solo è ovviamente implicita in una religione che esalta il ruolo del capo, eletto a vita e destinatario di poteri giganteschi all’interno dell’istituzione (non paragonabili a quelli di nessun governante), ma si era già accentuata con il lungo papato di Giovanni Paolo II. Papa Francesco l’ha però ulteriormente esasperata, riuscendo nell’intento di far passare il reggitore di un’immensa organizzazione globale, la più grande e potente, come un profeta solitario, un predicatore senza responsabilità di governo, addirittura un critico del sistema e in definitiva un santo da adorare o detestare, una creatura non del tutto umana la cui umanissima sofferenza senile, accompagnata negli ultimi mesi da un’evidente minor lucidità mentale piuttosto normale per un novantenne, è divenuta “pastorale del corpo” come recitava il titolo di un editoriale de La Repubblica, riprendendo quel che si disse di Wojtyla, qualche giorno fa.
Insomma, chi crede che l’umanità sia approdata finalmente nella terra del disincanto e della razionalità si sbaglia di grosso. L’immensa popolarità ottenuta dal papa argentino in questi lunghi dodici anni di governo, l’accoglienza riservata al suo falso movimento, ne sono state un inequivocabile conferma.

prof. Marco Marzano professore ordinario di Sociologia presso l’Universitàdi Bergamo ed è tra i fondatori della rivista Etnografiae Ricerca Qualitativa)









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