di Alessandro Claudio Giordano

Il medico condotto

24/03/2025 | Sanità - storia | 0 commenti

La relazione tra medico e paziente è sempre stata la base dell’azione terapeutica: lo era quando l’assenza di rimedi efficaci rendeva il medico un vero “farmaco”, richiesto dal paziente come sollievo psicologico pur nella consapevolezza della sua impotenza di fronte alla malattia, ed è per questo che per secoli si è ritenuto essenziale il passaggio quotidiano a domicilio del paziente, a volte anche due volte al giorno; man mano che l’efficacia delle risorse diagnostico-terapeutiche aumentava, si è assistito a un lento ma progressivo allentamento di questo legame, fino a considerarlo quasi ininfluente ai fini dell’efficacia dell’intervento medico.

Il medico conosceva il paziente ed i suoi familiari. Generalmente occupava quel posto da così tanto tempo da aver visto nascere e crescere generazioni di bimbi divenuti adulti. Aveva un rapporto stretto con la comunità. Ed alla comunità apparteneva.

Dedicava il suo tempo a ciascuno lo fermasse per strada. E visitava davvero. Misurava febbre e pressione,  controllavano le pulsazioni, ascoltava il torace, e con lo stetoscopio lo percorreva avanti e indietro picchiettando con le dita alla ricerca di qualche suono più inusuale e forse segno di un malore nascosto, controllava la gola, poi le orecchie e ancora ti faceva fare dei movimenti con gli arti.

Si chiamava “medico condotto”. Il termine “condotto” deriva dal latino , participio passato del verbo conducere, ma non si riferiva alla necessità di muoversi del sanitario ma al fatto che prestasse servizio in accordo ad una determinata condotta. In pratica, si tradurrebbe con la parola “assunto”, visto che questi era specializzato  e curava la salute di tutti. Veniva contrattualizzato da uno o più Comuni per curare la salute dei rispettivi abitanti, sia di giorno che di notte, con sole due settimane di ferie ogni anno.

Non era necessaria una particolare qualifica, l’assunzione avveniva pochi giorni dopo la laurea o dopo l’esame di Stato. I medici non avevano dunque particolari esperienze, e si racconta che dovevano affrontare situazioni anche molto impegnative, come parti o eventi chirurgici, solitamente nelle campagne senza supporto ospedaliero vicino. Era un posto ambito perché garantiva uno stipendio fisso, spesso veniva data l’abitazione, oltre ad una indennità di cavalcatura, per poter mantenere un cavallo.

Il medico spesso doveva assolvere a compiti non necessariamente riconducibili al suo mestiere. Nei paesi di montagna, ad esempio, era, con il parroco ed il segretario comunale, tra le poche persone più o meno istruite. Come un parente faceva poi da padrino di qualche bambino che aveva fatto nascere e qualche volta era invitato come testimone di nozze, per fare importante presenza, dal momento che tra  tutti i conoscenti degli sposi, era la persona più di riguardo.

Visitato il paziente, il medico solitamente si sedeva al tavolo  e su un foglietto scriveva la composizione di un farmaco che sarebbe poi stato preparato dal farmacista. Questo non dava la certezza della guarigione, ma che si sarebbe tentato tutto il possibile. E se la malattia si fosse sviluppata in forma particolarmente grave, si sarebbe recato tutti i giorni a fare visita al malato per monitorare l’andamento e modificare le prescrizioni, in casi veramente estremi avrebbe ordinato il ricovero ospedaliero.

Quasi sempre lasciava la maggior parte delle case con un omaggio in natura, raramente con il pagamento di un onorario in denaro se la famiglia se lo poteva permettere.

 

Adelasia Cocco

Quella medica è sempre stata una professione ad appannaggio del mondo maschile. Nel nostro paese la prima donna “medico condotto” fu Adelasia Cocco. Nel 1907 si iscrisse, unica donna, alla facoltà di Medicina e Chirurgia a Pisa. Nel 1913 si laureò a Sassari e, consapevole che le sue competenze fossero esattamente uguali a quelle di qualsiasi uomo laureato in medicina, chiese di ricoprire l’incarico di medico condotto in Barbagia, scontrandosi con la comunità medica dell’epoca che si scagliò con immotivata veemenza contro la Cocco.

E questo perché?  Per il retaggio culturale del tempo sviluppato in una società assolutamente maschilista  e patriarcale che si ripercuoteva anche nei singoli settori della quotidianità, tanto che la comunità medica commentò le richieste della Cocco con un laconico “Nessuna donna è in grado di raggiungere un posto eminente nella professione medica”. Il Prefetto, chiamato in causa definì la sua richiesta “sconveniente e spudorata, perché è di una donna!”. Sulle prime esitò, ma poi fu costretto a firmarle l’incarico, in quanto non c’erano cavilli legali a cui appigliarsi per rifiutarne la nomina. Per curare i suoi pazienti, per lo più contadini e pastori  percorreva, a dorso di mulo chilometri di strade per lo più insicure in zone occupate da gruppi di banditi. Nel 1919 decise poi di prendere la patente per arrivare in minor tempo dai suoi pazienti.

Da un punto di vista normativo, la legge 22 dicembre 1888, n. 4859 obbligò ogni comune italiano ad assumere un medico condotto per l’assistenza sanitaria di prossimità, sino al 1978 quando con l’istituzione servizio sanitario nazionale venne abolito e sostituito, per le sole funzioni di sanità pubblica, dal Servizio di Igiene Pubblica territoriale, mentre il medico di medicina generale, che già preesisteva, avrebbe svolto l’attività assistenziale.

Nel 1887, a meno di vent’anni dall’unità d’Italia, uno dei problemi che ancora affliggeva maggiormente il Paese era la salute: la malaria era presente in buona parte d della penisola, con tubercolosi e sifilide. Periodicamente si assisteva ad epidemie di vaiolo, tifo e difterite. Diffusa era la malnutrizione e le malattie derivate da carenze vitaminiche, quali rachitismo e pellagra.

L’aspettativa di vita media non superava i 55 anni ed il 45% dei morti era rappresentato dai bambini entro i primi cinque anni di vita.

Nel 1887, alla morte di Agostino Depretis il re Umberto I chiese a Francesco Crispi di assumere l’interim del Ministero degli Esteri. Crispi accettò ed il 7 agosto fu nominato Presidente del Consiglio. Di lì a qualche tempo istituì al Ministero dell’Interno la Direzione di sanità pubblica, coinvolgendo per la prima volta i medici nel processo decisionale. Ed affidò l’incarico della stesura di una nuova legislazione all’epidemiologo, Luigi Pagliani, docente universitario torinese ed uno dei padri fondatori della disciplina medica dell’Igiene e della Sanità pubblica in Italia. Pagliai anni dopo commenterà così il suo incarico..

“Stavo per chiudere l’ultima lezione del mio corso d’igiene a Torino nel 1887, quando mi si consegnò un laconico telegramma dell’allora Presidente del Consiglio dei Ministri, col quale mi invitava a recarmi da lui per conferire. Il colloquio con quell’eminente uomo d’azione, più che di parole, fu molto breve. Egli intendeva, come uno dei suoi primi e principali compiti, organizzare la difesa della salute pubblica in Italia. Mi avrebbe sostenuto in ogni difficoltà da superare, non dovendo dipendere in questa impresa da altri che da lui, come mi avrebbe lasciata ampia facoltà di agire secondo i miei criteri tecnici. La proposta era grave quanto lusinghiera, enorme la responsabilità da assumermi di fronte a quell’uomo, che in pochi minuti mi aveva completamente suggestionato, con quel suo alto e sereno spirito di amor di Patria, che riluceva vivido in ogni sua parola e quasi imperioso nel suo sguardo penetrante e pur mite di antico cospiratore”.

La legge fu rivoluzionaria per il tempo e per la ricaduta sull’assetto organizzativo della sanità nel nostro paese. Ed investì anche la funzione del “medico condotto”.

Uno dei maggiori punti di forza della riforma fu rappresentato dalla Scuola di perfezionamento in igiene destinata a medici, ingegneri, veterinari e farmacisti, dotata di laboratori di chimica e di microscopia.

Veniva introdotta poi una figura estremamente moderna, quella del “medico provinciale”. Responsabile a compiere personalmente ispezioni, inchieste e controlli sul territorio per poi riferire direttamente al Ministero dell’Interno. Fu possibile così documentare la connessione tra la diffusione delle epidemie e le gravi condizioni igieniche del territorio. Gli ufficiali sanitari dovevano disporre di laboratori d’analisi attrezzati e qualificati per poter eseguire esami chimici e microscopici finalizzati alla vigilanza igienica e sanitaria. Alla popolazione non sarebbero dovuti mancare i farmaci ed i medici condotti che prestavano le loro cure lontani dalle farmacie, avrebbero avuto a disposizione un armadio farmaceutico attrezzato e rifornito con fondi comunali. E si fece obbligo  tassativo ai medici di denunziare al sindaco del comune, in ogni caso di morte, la malattia che ne fu la causa”; così da introdurre un aspetto nuovo nel panorama della sanità pubblica, la raccolta delle notizie per fini statistici, che porterà all’elaborazione di una sorta di programma per la medicina di prevenzione.

I progressi furono notevoli ed immediati: nei successivi dodici anni grazie alla medicina di prevenzione l’aspettativa di vita passò da 35 a 41 anni.

La legge, tra l’altro prevedeva  anche istruzioni tecnico-igieniche per la costruzione di nuovi edifici scolastici e proponeva la concessione di mutui ai comuni disposti a seguire criteri “rispondenti alle esigenze della pedagogia e dell’igiene”, coinvolgendo il medico condotto in carico al Comune di provvedere ad effettuare visite mediche periodiche per gli alunni.

Con un intervento successivo, già in epoca fascista, il Regio Decreto del 30 dicembre 1923, venne introdotta la Condotta residenziale, che assicurava la presenza di un medico che avrebbe dovuto curare i poveri gratuitamente. Uno speciale elenco stabiliva quali fossero gli abitanti del Comune che avevano diritto all’assistenza sanitaria gratuita, mentre con gli altri abitanti il medico condotto pattuiva un compenso annuo a forfait.

A fianco del medico condotto comunale si affermò, durante il Regime, la figura del medico della mutua, un medico convenzionato con le casse mutue che, in assenza di una sanità pubblica, assiste i lavoratori contro la malattia e gli infortuni. La nascita poi della Repubblica non comportò un immediato superamento del modello sanitario mutualistico. La figura del medico della mutua, con quella complementare del medico condotto, sopravvisse alla Seconda guerra mondiale, rimanendo un punto di riferimento per gli italiani negli anni del boom economico.

La sanità pubblica arrivò in Italia solo nel 1978 quando la legge 833 istituì il Servizio Sanitario Nazionale (SSN).  il medico condotto e il medico della mutua con il nuovo Medico di Medicina Generale, convenzionato con il SSN al quale si affida tutta la popolazione.

Le tecniche di diagnosi medica oggi consentono di superare l’incertezza di un tempo. Per contro, quando ci si ammala,  oggi come nel secolo scorso, si cercano le  parole di conforto di un medico che al tempo è anche un amico ed ancor più un confidente, e che in qualche modo sa tranquillizzare oppure calibrare in modo opportuno le parole  per far comprendere nel modo più semplice quale sia la situazione, anche se si tratta solo di una brutta influenza. Così se c’è un aspetto che deve essere riconsiderato è proprio l’approccio umano che oggi si è parte perso e deve essere recuperato.

 

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Potrebbe interessarti