di Alessandro Claudio Giordano

John Pierre Campitelli: l’adozione dei bambini italiani in America

16/02/2025 | Inchiesta

di Alessandro Claudio Giordano

Dagli anni cinquanta sino a metà dei settanta, migliaia di bambini italiani vennero adottati da famiglie cattoliche americane. Erano per lo più figli nati fuori dal matrimonio. Le loro madri arrivavano dal Sud per partorire nelle grandi città del Nord, Torino o Milano ad esempio. E dopo un più o meno breve soggiorno nei diversi brefotrofi, se scelti, raggiungevano gli Stati Uniti. In Italia di loro spesso se ne perdevano le tracce.
Alle madri biologiche in gravi difficoltà economiche era sovente estorto il consenso all’adozione con la promessa di una vita migliore per il figlio ed una senza gli strascichi dello scandalo in un’ Italia ancora piena di pregiudizi per le mamme.

John è nato a Torino nel 1963. Poi dopo due anni trascorsi nel brefotrofio fu dato in adozione ad una coppia di coniugi italo americani, Russel e Barbara Campitelli è cresciuto negli Stati Uniti con altri tre fratelli, due gemelli ed una sorella. Sua madre Francesca, affidato il bambino alle suore del brefotrofio di Corso Spezia, sperava di poterlo riprendere una volta trovato un lavoro. Invece le venne detto che era à partito per gli Stati Uniti, quando in realtà era ancora a Torino e lì se ne sarebbe andato solo successivamente.

 

John Pierre e la mamma biologica

Le adozioni venivano avvallate dal Vaticano che aveva compiti di raccordo tra stato italiano ed americano. Ovvio che dietro tutto questo e per l’ intercessione vaticana, i familiari adottivi dovevano spendere per spingere a soluzione la richiesta una lauta questua. Un destino comune a molti altri adottati senza il consenso delle madri, a cui veniva detto che i figli erano morti al parto o si erano ammala
Come John ci sono altri 3700 bambini italiani adottati negli Stati Uniti. Di questo parla un libro dal titolo “Il prezzo degli innocenti” scritto da Marisa Laurino, una scrittrice italo americana, che ha affrontato il tema raccontando la vita di tanti bambini, partendo dall’esperienza di suo cugino e proprio di John, con il quale ho conversato a più riprese. Da qui l’intervista utile da un lato perché contestualizza il tema, essenziale per capire la storia, l’animo e le motivazioni che hanno mosso John verso la verità

D. Maria Laurino racconta la storia di questi piccoli italiani partendo dalla tua esperienza. Quando e come è iniziata questa collaborazione?
R. – Maria Laurino mi ha contattato ormai quasi sette o otto anni fa. Lei è una giornalista investigativa ed ha prodotto molti libri che affrontano il tema dell’intercultura. Un giorno venne contattata da un suo cugino che era fermo a New York problemi di coincidenze aeree. La chiamò e tra le altre cose raccontò di viaggiare verso l’Italia dove avrebbe incontrato un tal Campitelli, io, che lo avrebbe aiutato a ricostruire la sua storia di figlio adottivo. Così è iniziata la mia collaborazione con la Laurino che ha preso spunto da queste esperienze per la sua indagine. Io e suo cugino anche grazie ad internet ci siamo avvicinati, abbiamo parlato e ci siamo confrontati. Prima io non conoscevo la sua storia e lui non sapeva nulla della mia: Abbiamo capito di aver molto in comune come presumo gli altri bambini adottati dall’Italia ed arrivati negli Stati Uniti. abbiamo storie simili.

in volo verso l’Amerca

D. – Il prezzo degli innocenti” è un libro importante per quanto racconta e perché rappresenta un precedente importante per i temi trattati. Singolare il fatto che un’autrice americana lo abbia dovuto pubblicare prima in Italia e poi negli Stati Uniti…
R. – Maria Laurino concluso il libro, aveva cercato un editore negli Stati Uniti, incontrando però molte difficoltà nel trovare un editore disposto a pubblicarlo vista la sensibilità dell’argomento. Così con una sua amica é venuta in Italia sperando di trovare in una casa editrice italiana disposta a farlo. Ha trovato la Longanesi h che ha voluto però il diritto di prelazione. Così il libro è uscito prima in Italia nel settembre 2023 e poi negli Stati Uniti.

D. – Facendo un passo indietro e parlando di te. Mi racconti come hai scoperto le tue origini ?
R. – Noi siamo arrivati in Italia nel 1969. I miei genitori erano due artisti. Abbiamo vissuto ad Assisi, Forte dei Marmi e Firenze. Io a scuola parlavo italiano ed in famigli inglese ed è forse per questo che ho mantenuto una buona percezione del mondo sia italiano che anglosassone. Quando si trattò di iscrivermi alla scuola elementare, l’allora segreteria didattica volle il certificato nascita, nel mio caso era americano ed era di John Pierre Campitelli. Serviva il certificato italiano, così i miei genitori si rivolsero all’anagrafe di Torino, ma lì non risultava un Campitelli nato nell’anno e nel mio giorno. C’era però un Piero Davi. E lì ci fu la sorpresa. Ero io. Ai miei genitori era stato assicurato che era stato fatto tutto in piena regola. In realtà tutto si era fermato nel contesto della curia torinese tra parrocchia ed arcivescovado, e la comunicazione non era mai arrivata all’anagrafe.

D. – Com’era la tua famiglia adottiva?
R. – I miei genitori sono sempre stati molto aperti ed hanno costruito con noi figli un ottimo rapporto di fiducia. Hanno adottato non solo me ma altri due fratelli ed una sorella. Due sono gemelli anche loro sono nati a Torino prima di me e poi c’è una quarta sorella di due anni più giovane. Erano genitori che avevano saputo far crescere i bambini. Non potendone avere si erano rivolti al parroco che li aveva indirizzati presso le istituzioni ecclesiastiche di New York. Girarono e visitarono molti istituti in Italia prima di poter trovare a Torino me ed i miei fratelli. . Ricordo che ai miei genitori venne proposta in primis l’adozione di tre gemelli. Adottarono invece i miei due fratelli, tornando successivamente per me e per una bambina di sei mesi più giovane di me a cui non fu consentita l’adozione per motivi di salute.

Ho sempre vissuto la mia adozione in modo molto responsabile. E questo grazie ai miei ed alla mia famiglia. Ricordo il primo libro che i miei genitori mi comprarono e che ricordo ancora nella libreria. Era di un autore americano e raccontava ai genitori adottivi come spiegare l’adozione ai propri figli. Ed io ricordo due volumi: uno per i genitori ed uno per i bambini. Così come mi viene in mente la storia che si raccontava di un anatroccolo che era stato trovato di colore diverso dagli altri.

John Pierre da bambino

D. – Andando ai dettagli di queste adozioni cosa consentiva di trattarle in forma così semplice?
R. – E’ importante ricordare che negli Stati Uniti nell’immediato dopoguerra si era provveduto ad attrezzare una legislazione che consentiva ai rifugiati di raggiungere l’America in maniera più semplice così come per i bambini orfani di guerra. Intervenne successivamente un emendamento del congresso americano che allargò la possibilità di adottare i figli che avevano un genitore “non in grado di accudire” ai piccoli. Così diventarono adottabili migliaia di bambini “illegittimi”, figli di donne nubili, povere e sole e non in grado di provvedere al loro figlio. Le ragazze rimaste incinta lasciavano i loro paesi, andavano al nord dove partorivano abbandonando i figli al brefotrofio, che si incaricava di imbarcare i piccoli sull’aereo alla volta degli Stati Uniti. Aggiungo che nel mio caso, come per i miei fratelli e tutti i bambini che raggiunsero l’America funzionava la bustarella sottobanco data all’istituto.

D. – Come funzionavano le adozioni in brefotrofio?
R. – Gli orfani andavano in orfanotrofio. I bambini che i genitori non avevano riconosciuto in brefotrofio. All’epoca i brefotrofi erano dello Stato ma gestiti da ordini religiosi. C’era una stretta connessione tra gli istituti ed il Vaticano anche per segnalazioni e richieste di adozione e di questo ne abbiamo testimonianza attraverso un archivio molto importante di lettere tra le parti. Le carte raccontano che tutto era pianificato da un punto di vista organizzativo e puntuale nei rapporti tra Vaticano ed i singoli istituti sparsi in tutta Italia. Come ti ricordavo nel mio caso qualcosa non ha funzionato ed arrivato in Italia mancavo della registrazione diciamo allo stato civile. I miei genitori riuscirono a contattare la madre Superiore ed il responsabile dell’istituto, venne richiesto loro l’ulteriore pagamento delle spese per sanare la situazione,  che loro  rifiutarono.

D. – So che hai dovuto sanare anche un altro aspetto legato alla tua italianità…la leva militare..
R. – Si, durante un viaggio in Italia venni arrestato all’aeroporto perché renitente alla leva. Ero nato a Torino quindi per le leggi italiane avrei dovuto. Grazie poi all’intervento dell’ambasciatore a Roma ed il console a Firenze risolvemmo anche questo aspetto.

D.- John tu sei nato a Torino nel 1963. Raccontami perché tu madre venne a Torino e cosa accadde dopo la tua nascita?
R. – Si, sono nato al Sant’Anna come molti bambini. Mia madre rimasta incinta era arrivata a Torino dalla Puglia. Hai tempi era molto forte il senso di vergogna per i figli che sarebbero nati fuori dal matrimonio Venne ospitata a casa di sua sorella, mia zia per alcuni mesi. Nel frattempo riuscì anche a trovare lavoro a servizio in una famiglia bene di Torino. Lo lasciò un mese prima che nascessi. Una volta partorito venni affidato al brefotrofio con la promessa di riprendermi appena trovata una nuova occupazione. Quando tempo dopo venne a cercarmi le fu detto che ero già partito per gli Stati Uniti anche se in realtà non avevo ancora lasciato l’istituto così ci perdemmo. Io ho iniziato la ricerca di mia madre qualche anni dopo, direi verso gli undici anni quando con l’elenco dei numeri di telefono di tutti i Davi presenti sull’elenco telefonico di Torino mi ri iniziai a chiamare a destra ed a sinistra senza arrivare a nulla però. Era il tentativo, responsabile, di un ragazzino con tanta voglia di sapere e conoscere. Fu un primo passo però. Anni dopo una nuova sorpresa andando alla Direzione Sanitaria dove parlando con il direttore mi fu detto che “stavo cercando nel posto sbagliato”. Già dalla cartella clinica secretata raccontava un’altra storia. Le mie origini non erano piemontesi, ma pugliesi. E per una serie di circostanze io in Puglia ci andavo da bambino in vacanza con la parrocchia a pochi chilometri dalla mia famiglia biologica.

D. – Come si sono sviluppate le ricerche?
R. – Nel 1991, dopo anni di ricerche, viaggi e investigazioni rudimentali ma efficaci, ho scoperto una verità per me sconvolgente. Mia madre naturale era ancora viva e non aveva mai avuto intenzione di darlo in adozione. Mi recai a Brindisi presi contatto con un giornalista del Corriere di Brindisi che pubblicò senza esito un annuncio. Penso che omertà e diffidenza frenarono le persone e non ebbi risposte. Su indicazione dello stesso giornalista contattammo una sua collega di Torino che provò, senza esito a farlo pubblicare dalla Stampa. Fu la concorrenza, Repubblica, a darci una mano. Pubblicò ed il caso volle che quel pezzo fu letto dal cognato di mia madre, biologica, che contattò con la moglie la redazione. Alle due di notte mi chiamò il giornale per darmi la notizia. E’ la prima certezza era relativa al nome non avrei dovuto più cercare Davi, ma Mancini, ecco il cognome corretto. Così ritrovai la mia famiglia italiana. Si trattava a quel punto di fare l’ultimo passo. Quello verso mia madre. L’occasione era data un matrimonio di una cugina e li ne avrebbero parlato. Le telefonai e le dissi “Io penso di essere tuo figlio.” E lei mi chiese “Come fai a saperlo?”. Ed io “Ho già contattato l’assistente sociale che ti dirà meglio”. Lei si presentò con il marito a, che conosceva la storia, e le fu confermato tutto. Passarono alcuni mesi ed arrivai in Italia. Dopo un volo da Los Angeles via new York appena sceso a Brindisi venni avvicinato da una guardia di frontiera per il mio bagaglio. Spiegai le ragioni del mio arrivo, si commosse e mi accompagnò all’area dove le persone attendono i passeggeri in arrivo. La notai subito, fu una grande emozione per entrambi. Conobbi allora gli altri “fratelli” e mia madre mi preparò un dolce. Dopo vent’otto anni ritrovavo un pezzo della mia vita. Restava a trovare mio padre biologico. Si era trasferito su suggerimento del fratello carabiniere in Basilicata, e li andai. Suonai, mi vennero incontro prima la moglie e poi lui con cui parlai in disparte, ma negò la paternità indicandomi come padre un cugino a New York. Contattato questo negò. Tornai mesi dopo a casa di mio padre. E questa volta ammise. Oggi sono parte di una famiglia allargata che conta quattordici fratelli.

D. – Hai fondato Italiadoption, quali sono le tue aspettative e gli obiettivi?
Si tornato in America ho creato Italiaopnion che ha oggi un registro di oltre 1.140 adottati nati in Italia alla ricerca delle loro origini di nascita e lavora a stretto contatto con l’Associazione Italiana “Figli Adottivi e Genitori Naturali” alias FAEGN (http://www.faegn.it). ITALIADOPTION nasce nel 1990 come C.I.A.O. (Caring Italian Adopted “Orphans”) con l’aiuto di Diana e nel 1999, con l’avvento di internet, si è trasformato in un gruppo Yahoo! (http://groups.yahoo.com/group/italiadoption) e poi in un gruppo Facebook. Aiutare quanti hanno vissuto le miei esperienze. Io negli Stati Uniti mi sono avvalso del Freedom of Information Act (FOIA) che conferisce a chiunque il diritto di richiedere l’accesso ai registri del ramo esecutivo del governo degli Stati Uniti. Così ho portato avanti le mie ricerche che continuano oggi perché tanto è il lavoro ancora da fare. Il libro della Laurino ha ampliato il campo di ricerca e dato pubblicità dalle nostre iniziative oltre a dare evidenza ad un tema difficile da trattare come quello delle adozioni soprattutto in quel determinato periodo storico.

D. – Che cosa ti auspichi per il futuro?
R. – Personalmente sto cercando di fare di tutto per arrivare alla verità. Ci sono tre governi coinvolti: quello italiano, che ha dato la possibilità di un passaporto a dei bambini orfani che orfani non lo sono. Gli Stati Uniti che hanno avallato il loro passaggio ed il Vaticano che è stato il tramite ed ha gestito per anni questi “affari”. Ho trovato piena collaborazione da Italia e Stati Uniti. Per la Santa Sede tutto tace. Ho scritto una lettera al Papa un po’ di tempo. Mi sono accertato l’abbia ricevuta, aspetto una sua risposta e mi auspico che il 2025 che è anche l’anno del Giubileo e che è anche il Giubileo della speranza ci porti buone notizie.

 

 

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